Vendetta - Parte IV
Socchiudo gli occhi e rifletto.
Sono passate tre settimane dal mio rientro e già tante cose sono cambiate.
Il compagno di Anuska è sparito, dal giorno alla notte. Lei ha pianto. Lunghi sospiri, sgomento nato dal cambiamento improvviso.
Al buio, nella sua stanza, mentre il piccolo giocava libero sulla spiaggia con Alex, mi raccontava ogni esperienza, ogni mano che non accarezzava, ogni sogno che si infrangeva. Abbiamo raccolto cocci. Non ho parlato quel giorno. Ho lasciato che fosse lei a farlo per entrambe.
Al rientro dal Safari i suoi compagni sono venuti a bussare alla porta. Anuska ha aperto. Lo aspettava.
Ma ciò che trovò, socchiudendo un mondo inaspettato, la travolse. Erano venuti a cercarlo per sapere come mai non si fosse presentato,come mai fosse sparito senza dire nulla. La sua borsa, l’attrezzatura, i quaderni. Tutto era al suo posto. Tutto, tranne lui.
Anuska ascoltava, incredula. Chiusa la porta, mi chiamò.
Devi venire subito, è successo qualcosa, io, non capisco, io, non so cosa fare, dove cominciare, cosa dire…
Le tremava la voce, ma era ancora sicura che una spiegazione ci fosse.
Arrivo, dissi.
Mentre il sole compiva metà del suo percorso in quel meraviglioso cristallino che era il cielo quel giorno, Anuska beveva, gin, cola, acqua, gin, gin, gin. Era l’unico modo che aveva per affrontare la realtà, la sua nuova vita, una nuova possibilità. Lui era sparito. Senza una ragione.
Tu sai, mi disse, che non avrei mai potuto lasciarlo, sai che mio figlio è l’unica mia ragione di vita, e sai che lui aveva minacciato di farmelo togliere. Io sono russa, lui è Belga, potente, ricco. Me lo avrebbe strappato e non lo avrei più rivisto. Tu lo sai, lo sai che avrei voluto, lo sai, quanto ho cercato… tu lo sai… tu… Tu.
Mi guardò, lo sguardo fermo, come appena risvegliata da un incubo. Era di ghiaccio. Non staccava gli occhi dai miei. Mi sentivo svuotata, non sapevo cosa fare, cosa pensare, cosa dire.
Tu. Tu sapevi, tu mi hai sempre ascoltato, tu vuoi bene al piccolo, tu… la mia amica di sempre…

Fastidio. In fondo, sotto la bocca dello stomaco, nella parte più interna del mio organismo, qualcosa si mosse. Un sussulto, un movimento impercettibile ma violento. In bocca quel sapore che non mi lasciava mai, che ritrovavo presente in certe mattine, al risveglio.
Io cosa? Certo che gli voglio bene. Vi voglio bene. Sai che che sono stata sempre qui per te. Ma davvero non riesco a capire cosa vuoi dire. Annie, tutto bene, tesoro? Hai uno sguardo che non mi piace.
Un velo, un attimo, poi nuove lacrime, ma su un sorriso che in lei non avevo mai visto.
Oggi ripenso a questa scena, a quello sguardo, ai sottintesi, ai suoi percorsi mentali. Queste ombre nella memoria mi infastidiscono. Potrei avere detto o fatto qualcosa. Avere compiuto atti come non fossero miei. E quella voce, di notte. Quell’imperativo categorico. Quel frullare d’ali dentro, quella voglia di gridare, di oppormi. Ma a chi? a cosa?
Alex si avvicina. Mi conosce. E’ l’unico con cui ho potuto condividere parte di questi turbamenti. Quella mattina,a casa sua, quando mi hanno trovato svenuta. Cosa era successo?
Ho voglia di bere, di scappare, ma non da qui, non dall’Africa. No. Voglio scappare dalle tenebre delle mia memoria, voglio lottare per dimenticare.
Il diario, questo assurdo quaderno comparso dal nulla, è fitto di parole, di racconti. Solo che per me non hanno senso. Sono ideogrammi, simboli. Eppure. Ora che sto scrivendo vedo lettere, frasi. So che mi appartengono, sono la mia lingua, la mia vita. io sono in esse e loro in me.
Mia madre mi ha chiamato, oggi.
Era turbata, ha detto che ha provato a contattarmi più volte ma che ero sempre fuori. Non proccuparti, le ho detto, sono qui. E’ riuscita a liberare la vecchia casa e a darla in affitto. Bene, avrò qualche spicciolo in più. Certo, ho voluto che tenesse metà dell’entrata, lei ha più bisogno di me. Ora come ora, potrei anche stare senza soldi. Non ho spese, e quel poco che mi serve lo prendo da Roland che mi ha rimesso a negozio, fino a quando non sarò pronta per tornare in acqua.
Ci ho provato. Sono andata in barca anche l’altro giorno. L’ebrezza che solo il mare sa darmi non è stata sufficiente. Riflessa sulle onde vedo una figura che non mi appartiene , un qualcosa che è stato, di una me che non conosco. Mi sorride. Gelida. E’ come se mi invitasse, come se mi aspettasse, silenziosa, senza fretta.

1 Commento »
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Pubblicato il 06 06 2008 alle 5:47 am | Numero: 1
Finisci di svuotare questo dolore
Poi lascialo
lascialo andare
guardalo con tenerezza
e lascia che il mare se lo porti
Il tuo mare
che non ti tradirà
perchè il mare non può appartenerci
ma alcuni possono appartenere al mare
lasciati andare
ad essere diversa
differente
unica.