Vendetta - Parte I
In fondo cosa ho fatto? sono scappata, me ne sono andata, ho tradito qualcuno? no, ho seguito il mio cuore, o forse no, forse ho ascoltato solo la Ragione, quella che viene da lontano e non puoi spiegare. Chi lo sa? E a chi importa? è andata. Certo, sono un pochino lontano da casa adesso, forse un pochino troppo, ma meglio così, sì, meglio così.
Vediamo un po’, l’imbarco dovrebbe essere qui, i documenti ci sono, il passaporto è a posto. C’è fila ovunque, ormai. Fila per la posta, fila per la banca, fila per la spesa, per un caffè, per un libro, per un pezzo di pizza… fila e solo fila.
Mi ricordo di quel giorno che me ne sono andata perché il tipo davanti a me puzzava come una discarica. Poveretto, magari non poteva lavarsi… però era davvero insopportabile. Sono uscita e già mi sentivo meglio, mi sa che dentro di me mi stavo già preparando a questo momento.
Ecco, tocca quasi a me, ancora un po’ e tutto questo finirà.
Cavolo, ho dimenticato di prendere qualcosa da mangiare. Bisogna che controlli se ho degli spicci, magari finito qui mi prendo un pezzo di pizza e una birretta e mi metto seduta al bar, a leggere il libro nuovo.
Chissà mamma che fa, cosa penserà, se capirà. Lo so, mi ero imposta di non riflettere su questi aspetti, ma capirai, è più facile a dirsi che a farsi.
Fino a domani non dovrebbe preoccuparsi, è abituata alle mie uscite prolungate. Un po’ in colpa mi sento, il lavoro, la casa… le ho lasciato parecchie incombenze, non ultima quella di capire cosa è successo.
Spero di avere pulito tutto, di non avere lasciato traccia, che io sparisca passi, ma che debba anche preoccuparsi per niente non va bene.
Come cambia la vita delle persone, quanto poco basta a disequilibrare ciò che una vita ha creato. Quanto poco ci vuole, agli
occhi della gente, per tramutare un angelo in un diavolo, e a far apparire un angelo, quella che invece è una bestia.
Fiducia. Certo. Cinismo? perché, bisogna mantenere la fede, essere corretti, a discapito di tutti e di tutto. Forse, ma forse no. Forse qualcosa non può trovare rifugio nelle nostre convinzioni, forse la vita merita sempre, in ogni caso, il rispetto, o magari il completo disinteresse, ma non questo. Non quello che ha fatto lui. Lui. Escresenza, nome nell’oblio, indegno ammasso di carne e sangue. Sangue. E’ incredibile. Siamo tutti fatti delle stesse cose. Cose. Agglomerati di cellule, muscoli, filamenti, organi, tessuti, materia cerebrale anche dove pare alloggiare il nulla.
Un altro passo. Ancora due persone. La pancia gorgoglia. Dovrò mangiare prima o poi, o non mi riprenderò abbastanza. Il tormento è finito, me ne devo rendere conto. L’incubo è terminato, ora, poco fa, minuti, lancette in un orologio che per me è fermo da cinque lunghi anni.
Come si raccontano anni di niente? Sorrisi, affetti, calore donato, in cambio di nulla. Lacrime versate perché, parliamoci chiaro, chi resiste in eterno? A volte scoppi, e magari lo fai proprio davanti a chi sai che non capirà. Qualcuno che hai raccolto perché soli non si sta mai bene, e se non possiamo più condividere un cuore, divenuto pietra, possiamo fluidificarci in sensazioni, movimenti, spinte, respiri, sudore. E poi chi se ne frega se quell’uno penserà di esserci superiori, faccia pure, si vanti, spadroneggi e racconti. Il cuore è al sicuro, le parole ferivano, anni fa, oggi scivolano, lente, come flusso di donna, con un po’ di fastidio, qualche giorno e via di nuovo.
Ora sono mesi di solitudine, era necessario. La preparazione non voluta si è ricavata da sola i suoi spazi. Istinti lontani sapevano, avvertivano, fiutavano.
Ancora uno e poi il calvario dei controlli è finito. Se i tempi non mi ingannano e se tutto va, di sicuro, come deve, tra due ore sparirò.
E’ stato elettrizzante ripulire casa, senza essere cosciente di ciò che sarebbe avvenuto. Vestiti imbustati, lenzuola fresche di bucato, nememno un granello di polvere. Frigo pieno e succulenti bocconcini in tavola.
E’ come se fossi stata posseduta, come se l’odio avesse assunto una sua forma e la vendetta l’avesse vestito.
E’ successo solo poche ore fa, ancora non credo, ancora non realizzo, ma l’odore, dopo la doccia, o meglio le docce, quell’olezzo dolciastro, me lo sento addosso, appiccicato, stamapto sul viso, negli occhi. Scintille di pazzia, forse, brillano nell’incavo infossato dell’iride, ma non è. E’ una donna che grida, è una giustizia silenziosa che ha preteso il suo riscatto.
Lui era fuori, in una città non sua, dove non ha mai voluto mettere piede, nonostante gli scongiuri, le preghiere, le lacrime versate che inzuppavano i vestiti, i capelli, il collo, le mani, e l’animo delle persone che attraversando la piazza non potevano non voltarsi attirati da una donna priva di forze che reclamava il diritto alla vita. La sua vita. Anima innocente.
Lui era lì, bestia in un mondo di uomini, stivali, pantaloni stretti, camicia a scacchi, occhi di marmo, cuore di ghiaccio. Dopo lunghi anni era lì. Accanto a lui, una donna. Come si può perdonare un affronto come questo. Come si può permettere ad un essere demoniaco di profanare la memoria, la sofferenza, l’umiltà, di una vita spezzata? Forte. Ah, di amianto la mia figura. D’un tratto non fu più sangue, ma liquido di rettile, di essere strisciante. Mi sono trasformata, questione di un nonnulla. Il disprezzo, l’odio, lo schifo, la cattiveria e tutto quello che di veramente male quell’essere ha fatto crescere in me sono usciti, si sono impossessati del corpo in cui avevano preso un domicilio silenzioso, e di me è rimasto un cuore stridente.
Si è allontanato, nella notte, e la casa, e ciò che dentro mi aspettava gridò, d’un tratto, il suo significato. Quello sarebbe stato il luogo, lunga l’agonia, cocente dolore muto lo avrebbe preso alle viscere mentre il racconto di quelle ore infernali, in cui la vita m’aveva abbandonato, l’avrebbe accompagnato nel suo viaggio verso l’inferno.
Con un tranello, l’ho convinto a suonare, è entrato, la porta aperta. Era fiero, sguardo alto, mento fermo, nulla poteva aspettarsi di male dall’adulazione d’una sconosciuta. I ricordi non hanno avuto spazio.
Nella penombra d’una sola candela, nuda, gli sono andata incontro, già sapendo come soggiogarlo, come farlo crollare, nella lussuria d’un anima dannata. Con voce suadente, ho rapito l’udito e la sua attenzione. La benda, lasciata distrattamente sul divano, ha cinto la prima guardia. Cieco, eccitato. Una delicata musica di sottofondo, ed un vino, cui non sa resistere, ha intontito i suoi sensi. Nudo, in mezzo alla stanza, sfiorava quello che forse un tempo era stato il mio corpo, pur senza riconoscerlo…anni di nulla, i nostri, se nessuna forma risvegliava in lui sussulti o sospetti.
Languida sul letto, l’ho attirato a me, giocando, gelida, con un corpo che già morto, non sapeva di esserlo.
Una rivincita dolce, crudele, senza ritorno.
Mentre il vino, drogato, faceva il suo effetto, lo legavo al letto, gambe e braccia. L’eccitazione, bestia stupida e senza cuore, cresceva vistosamente e le sue parole diventavano più esplicite, chiedevano, insaziabili, piacere e soddisfazione.
A cavalcioni, gli passai la lama sottile sul petto, lentamente, fino all’inguine, e ritorno. Già il primo sangue scorreva, senza che nemmeno s’avvedesse d’essere pronto alla morte.
Taglio dopo taglio, cominciai il racconto, narrando, per filo e per segno, la tortura cui lui, e nessun’altro, mi aveva sottoposta.
La gioia infinita della scoperta, dilaniata dal suo sguardo sgomento. E’ l’attimo, dicevo tra me, si abituerà.
La notizia alle amiche, il confronto con i genitori. E ancora il suo silenzio, oscura lama sulla mia testa.
Piccolo accumulo di proteine, diveniva con il tempo essere in pieno. Un cuore minuscolo esigeva attenzione, un’ombra appena accennata nel ventre decideva d’esistere.
Inquietudine e premonizione oscuravano i sogni, sudati, tormentati, e dettavano il tempo, scandendo notti d’angoscia e di folle mutazione.
La bestia era fuori, scappata al controllo. Diede inizio alla lotta. Non puoi. Egoista, non pensi, non vedi, sei cieca, stupida, senza cuore: non pensi a me? Incredula ascoltavo senza davvero sentire, percepivo non volendo apprendere, da quelle parole, il destino che s’andava delineando per quell’essere innocente.
Anche le bestie danno la vita. Perché? perché possono decidere di toglierla senza rimorso.
Debole e senza appoggio, scappai, anche allora, illudendo me stessa e il piccolo, che avrei vinto, sola. Ma i conti si fanno sempre in due, e la mia ombra non era mai sola. L’essere meschino tampinava, scriveva, chiamava, gridava un suo diritto alla morte, mentre io, stanca, sussurravo indomita quello alla vita. Prendi la mia, e avrai la sua. Altrimenti arrenditi.
Giorni e notti di pianti, e i dolori cominciarono. Il piccolo angelo senza terra reclamava attenzione e armonia, cercava, invano, d’ostacolare il male, benedizione divina senza potere.

E il giorno arrivò. Mi risvegliai in una stanza non mia, immacolata, bianca, e un grido si levò nell’aria. Non riconobbi subito la mia voce, tanto distorta e disumana.
L’infermiera accorse. Nell’attimo, breve, di quiete, mi disse che mi avevano portata d’urgenza, svenuta. Avevo ceduto, al fine, ad un dolore e ad una lotta cui nessuna donna può e deve essere preparata.
Lo sta perdendo, e no possiamo fare nulla.
Un crampo, dilaniante, senza fine, mi attanaglia le reni, la pancia, il cuore non sente, è morto, il suo no, attaccato ad un appaecchio lo sento lottare l’assurdità della cosa mi si svela davanti agli occhi e le lacrime di rabbia e impotenza velano lo sguardo. E’ vivo, combatte e nulla posso fare, io, sua madre, che gli ho donato la vita, per non farlo morire.
IO lo condurrò alla morte. Posso resistere a questo? NO.
Scivolo, lenta, nell’intontimento, ma le fitte si avvicinano e nessuno pensa di sedare quseto corpo travagliato e quest’animo morente. Passo quattro ore, quattro ore a pregare di morire con lui, il mio piccolo Luca, l’unica mia ragione di vita, l’alito di umanità, in un mondo senza uomini, ormai fitto di sole bestie. Soffro, mi artiglio, cerco di chiudere le gambe per non lasciarlo andare. Poi d’improviso il battito cessa. Un silenzio roboante irrompe. E’ andato. Per sempre.
Mi sveglio, di nuovo. Di nuovo nel letto. Non capisco. Dicono che mi preparano. Ci sono state complicazioni. Rischio di morire. Lasciatemi, dico. Ma non mi ascoltano. I miei genitori sono in fondo al letto. Tutti e due. La cosa è seria. Erano a centinaia di chilometri di distanza. Ed ora sono qui. Lasciatemi andare, chiedo.
E’ la mano di mia madre. Andrà tutto bene, ora dormi. Lacrime senza controllo e dolore mascherano il viso, lo vedo sul suo sgurdo d’orrore che per un attimo le attraversa la faccia.
In quell’istante prima dell’operazione, prima della mia morte (perché questo accadde) e del mio ritorno in vita (perché anche questo accadde) tramuto l’ammasso umido di un cuore spezzato in gelida pietra, e giuro che qualsiasi cosa accada, avrò la mia vendetta. Per lui, e per me.

Questo racconto, con dovizia di particolari, al suo orecchio incosciente. La paralisi è ormai totale. E i tagli sono sempre più profondi. Non può muoversi, la bestia. Come accadde a me, non può fare nulla per evitare il destino che lo aspetta.
Sotto il lenzuolo la cerata impedirà al sangue di macchiare, e mi aiuterà nell’eliminazione di ogni traccia.
Liquido cola dai suoi occhi. Non possono essere lacrime. Chi chiede morte non può provare dolore per se’. Non può. Così procedo, e rimuovo quegli inutili fari sul mondo. Non grida, non può. Ho praticato una tracheotomia e l’ho collegato ad un piccolo respiratore, preso in prestito alla facoltà di medicina dove faccio tirocinio.
Lo mantengo in vita, e soffrirà. Purtroppo il dolore, il suo, sarà solo fisico, perché una bestia così non è in grado di patire il dolore di una madre che vede lacerarsi, impotente, il legame più grande che possa desiderare. Ma soffrirà lo stesso, tanto mi basta.
Procedo nel sezionare, ormai cessata quest’esistenza inutile, il corpo che rimane. Racchiudo i pezzi in contenitori anonimi. Ripulisco la stanza. Tiro fuori le borse. E comincio una infinita serie di docce bollenti per cercare di rientrare in me, per recuperare l’uso cosciente del mio corpo, e per togliermi di dosso il fetore dolciastro di questo non-animale, non-uomo.
I contenitori li porto al canile. Ce n’è uno, qui vicino, a cui si può accedere con facilità senza essere visti. I cani sono liberi, hanno spazio. Rovescio il tutto, sicura che, tra i rovi, nessuno troverà tracce, almeno per un tempo logicamente lungo.
Ecco, tocca a me. Era ora. Adesso posso andare a mangiare. Per la prima volta da tanto tempo credo di poter affrontare un pasto riuscendo ad assaporare ogni singolo boccone.
Ciò che è accaduto sta già scomparendo dalla memoria. Per questo ho voluto riportarlo nel diario. So che potrei dimenticare del tutto. Ciò che viveva in me è sparito e si è portato via ogni azione.
Ho fatto appena in tempo ad avvertire gli amici di Hurgada del mio arrivo. Sapevo che li avrei fatti contenti. Mancavo da troppo. E’ ora di tornare a vivere.
Il biglietto che ho lasciato sul tavolo per mamma la farà felice. Mi raggiungerà appena possibilie. Ci penserà lei ad avvertire papà, a dirgli che sua figlia ha fatto l’ennesimo colpo di testa ed è partita di nuovo. Se sapessero la verità non potrebbero capire.
O sì?
Patrizia - 21 maggio 2008
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Pubblicato il 12 06 2008 alle 9:45 am | Numero: 1
Leggiucchio i capitoli in disordine, l’irregolarità e il disordine dei post aiuta.
Il racconto diventerà racconto, assumendo una sua dignità narrativa e una sua identità, organizzato in capitoli.
Sarà da scrivere, credo, che va letto in disordine, magari sovvertire la cronologia della storia direttamente nell’indice; il lettore non deve sapere, sempre ipotesi personale e non consiglio, come sono andate esattamente le cose. Ora, qui, adesso, tutto è accaduto, che importanza ha l’ordine dei ricordi? Quale ordine. Permane in questo deposito di testi, un’autobiografia di vita affascinante e liquida. Liquida dentro, liquida l’anima, liquidati i buoni e i cattivi sulla carta. O sul web. O dovunque si possa leggere questo liquidare la realtà stemperata nelle emzioni. E niente più. Ma è tanto. Tanto.
Leggiucchio in disordine i capitoli e raccolgo in disordine le parole dei ricordi delle persone dell’autore della vita di ciò che è stato. Gioco a trovare il mio filo conduttore, ad esserci stato, a vedere la vita con altri occhi. Di tutto ciò che plausibilmente può trasmettere ”vendetta”, sovrasta l’impagabile piacere, alla lettura, della concessione di chi scrive a lasciarsi rovistare nella propria vita, con leggerezza e umiltà. E leggendo, si vive l’impagabile piacere di conoscere l’anima di un altrui che nemmeno oggi potrebbe essere quelle emozioni.