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Script Cafè

Il collezionista di parole

Archivio per la tag 'racconto'

Stanotte torniamo fuori. Le uscite in notturna mi hanno sempre affascianto. Il brivido del mare nel momento di suo massimo potere. Creature della notte in agguato, osservatori attenti di questi intrusi del mondo della luce. Non c’è il confronto dei profili, dei colori, del conosciuto. Ci sei tu, il tuo compagno, i tuoi sensi, i tuoi strumenti e la piccola torcia ben legata al polso.  Il senso di apparteneza e di dipendenza è forte. Sai che non puoi più fare conto solo tu te stesso e sai che la tua responsabilità nel confronto del  compagno è al cento per cento.

Il mio compagno, il mio buddy, stasera è Alex.

Stai di fianco a me, non temere, torna al tuo elemento.
Queste le sue parole sul bordo. Siamo seduti, pinne in mano, maschera, boccaglio. La superficie è scura, non c’è riflesso.
Sono eccitata.  Mi lascio andare, in avanti. In un secondo galleggio, il giubbotto è gonfio a metà, quanto basta per stare su e non consumare aria. Se servirà lo riempirò con l’aria che espello.

Alex è al mio finaco.
Ci infiliamo le pinne, la testa ancora fuori. Ho bisogno di sentirmi sicura. Già il sale sulle labbra e l’oscillare, dolce, avvolgente, assoluto, dell’acqua mi rassicura. Un brivido quando un  mi scorre giù per la schiena. La muta è nuova, dovrò immergermi più spesso per abituarmi ed abituarla alle rotondità del mio corpo.

night dive

Pollice giù, è il segnale, scendiamo. Lentamento lascio che il respiro si normalizzi. Ascolto il risalire delle bolle. Ho gli occhi chiusi. Torno padrona del mio mondo. L’orecchio destro, al solito, mi fa male. Sto scendendo troppo forte. Mi stabilizzo. Sento la mano di Alex sul polso. Mi porterà giù lui. Sono anni che ci imemrgiamo insieme. Siamo un trio perfetto. Ho voluto lui, non Anuska stasera. Lei doveva occuparsi del piccolo. Avranno un bel po’ di cose da dirsi.

Compenso. Un piccolo dolore più acuto e sono ok. Mando il segnale ad Alex. Mi lascia. Apro gli occhi., E sono di nuovo io. Ci dirigiamo verso est, verso il reef. Andiamo a trovare dei vecchi amici, giri che conosciamo a memoria. So che loro amano esplorare posti nuovi, dal che deduco che siano scesi qui solo per me.  Mi si srtinge il cuore a pensare ai legami che si sono stretti con queste persone così diverse tra loro.

Pinneggio lenta, regolare. Qualche volta un colpo a rana, e scivolo, sensazione sublime.

Mi sento osservata. Alex mi scruta, subito dietro. Continua..

DonnaIn fondo cosa ho fatto? sono scappata, me ne sono andata, ho tradito qualcuno? no, ho seguito il mio cuore, o forse no, forse ho ascoltato solo la Ragione, quella che viene da lontano e non puoi spiegare. Chi lo sa? E a chi importa? è andata. Certo, sono un pochino lontano da casa adesso, forse un pochino troppo, ma meglio così, sì, meglio così.

Vediamo un po’, l’imbarco dovrebbe essere qui, i documenti ci sono, il passaporto è a posto. C’è fila ovunque, ormai. Fila per la posta, fila per la banca, fila per la spesa, per un caffè, per un libro, per un pezzo di pizza… fila e solo fila.

Mi ricordo di quel giorno che me ne sono andata perché il tipo davanti a me puzzava come una discarica. Poveretto, magari non poteva lavarsi… però era davvero insopportabile. Sono uscita e già mi sentivo meglio, mi sa che dentro di me mi stavo già preparando a questo momento.

Ecco, tocca quasi a me, ancora un po’ e tutto questo finirà.

Cavolo, ho dimenticato di prendere qualcosa da mangiare. Bisogna che controlli se ho degli spicci, magari finito qui mi prendo un pezzo di pizza e una birretta e mi metto seduta al bar, a leggere il libro nuovo.

Chissà mamma che fa, cosa penserà, se capirà. Lo so, mi ero imposta di non riflettere su questi aspetti, ma capirai, è più facile a dirsi che a farsi.

Fino a domani non dovrebbe preoccuparsi, è abituata alle mie uscite prolungate. Un po’ in colpa mi sento, il lavoro, la casa… le ho lasciato parecchie incombenze, non ultima quella di capire cosa è successo.

Spero di avere pulito tutto, di non avere lasciato traccia, che io sparisca passi, ma che debba anche preoccuparsi per niente non va bene.

Come cambia la vita delle persone, quanto poco basta a disequilibrare ciò che una vita ha creato. Quanto poco ci vuole, agliequilibrio occhi della gente, per tramutare un angelo in un diavolo, e a far apparire un angelo, quella che invece è una bestia.

Fiducia. Certo. Cinismo? perché, bisogna mantenere la fede, essere corretti, a discapito di tutti e di tutto. Forse, ma forse no. Forse qualcosa non può trovare rifugio nelle nostre convinzioni, forse la vita merita sempre, in ogni caso, il rispetto, o magari il completo disinteresse, ma non questo. Non quello che ha fatto lui. Lui. Escresenza, nome nell’oblio, indegno ammasso di carne e sangue. Sangue. E’ incredibile. Siamo tutti fatti delle stesse cose. Cose. Agglomerati di cellule, muscoli, filamenti, organi, tessuti, materia cerebrale anche dove pare alloggiare il nulla.

Un altro passo. Ancora due persone. La pancia gorgoglia. Dovrò mangiare prima o poi, o non mi riprenderò abbastanza. Il tormento è finito, me ne devo rendere conto. L’incubo è terminato, ora, poco fa, minuti, lancette in un orologio che per me è fermo da cinque lunghi anni.

Come si raccontano anni di niente? Sorrisi, affetti, calore donato, in cambio di nulla. Lacrime versate perché, parliamoci chiaro, chi resiste in eterno? A volte scoppi, e magari lo fai proprio davanti Continua..

Socchiudo gli occhi e rifletto.

Sono passate tre settimane dal mio rientro e già tante cose sono cambiate.

Il compagno di Anuska è sparito, dal giorno alla notte.  Lei ha pianto. Lunghi sospiri, sgomento nato dal cambiamento improvviso.
Al buio, nella sua stanza, mentre il piccolo giocava libero sulla spiaggia con Alex, mi raccontava ogni esperienza, ogni mano che non accarezzava, ogni sogno che si infrangeva. Abbiamo raccolto cocci. Non ho parlato quel giorno. Ho lasciato che fosse lei a farlo per entrambe.Amiche

Al rientro dal Safari i suoi compagni sono venuti a bussare alla porta. Anuska ha aperto. Lo aspettava.
Ma ciò che trovò, socchiudendo un mondo inaspettato, la travolse. Erano venuti a cercarlo per sapere come mai non si fosse presentato,come mai fosse sparito senza dire nulla. La sua borsa, l’attrezzatura, i quaderni. Tutto era al suo posto. Tutto, tranne lui.

Anuska ascoltava, incredula. Chiusa la porta, mi chiamò.

Devi venire subito, è successo qualcosa, io, non capisco, io, non so cosa fare, dove cominciare, cosa dire…
Le tremava la voce, ma era ancora sicura che una spiegazione ci fosse.

Arrivo, dissi.

Mentre il sole compiva metà del suo percorso in quel meraviglioso cristallino che era il cielo quel giorno, Anuska beveva, gin, cola, acqua, gin, gin, gin. Era l’unico modo che aveva per affrontare la realtà, la sua nuova vita, una nuova possibilità. Lui era sparito. Senza una ragione.

Tu sai, mi disse, che non avrei mai potuto lasciarlo, sai che mio figlio è l’unica mia ragione di vita, e sai che lui aveva minacciato di farmelo togliere. Io sono russa, lui è Belga, potente, ricco. Me lo avrebbe strappato e non lo avrei più rivisto. Tu lo sai, lo sai che avrei voluto, lo sai, quanto ho cercato… tu lo sai… tu… Tu.

Mi guardò, lo sguardo fermo, come appena risvegliata da Continua..

Omicidio. Delitto. Sangue.  

Fa freddo. Ho dei brividi lungo la schiena, una strana eccitazione mi assale. Ah, sì, ora mi sento forte, la paura è scomparsa. Assaporo. Osservo. I miei sensi sono all’erta.  Hurgada by night

Notte. Umido. Silenzio. C’è nebbia bassa, che addensa gli odori. Percepisco il variare del luogo solo attraverso l’olfatto. Che sensazione esaltante. Mi sento padrona del mondo. Ogni cosa mi appartiene. Vago per strade deserte, gli stivali acuiscono il passaggio. Ticchettio, segnale di morte, di vendetta, assassina d’ingiustizie, paladina di donne stremate, finite, per cui la lotta è impensabile. Mi passo la lingua sulle labbra, lenta. Un sorriso appena accennato maschera il volto segnato dall’odio. Sapore di sangue, metallico, piccante, scende lento, passando sulle papille e aumentando la voglia, scorre in gola, implacabile. Lunghi capelli, profumati, ribelli, vivi. Nuda o vestita, che importa? La preda non avrà il tempo d’osservare e tanto meno di pensare, di desiderare. La paura sarà la sua ultima compagna, l’ultima vile sensazione che proverà. Non più possesso, non più esaltazione, non più bramosia, non più solleticare di sensi, non più padrone. Vinto, inutile ammasso di carne, tremerà e supplicherà, silenzioso, perché nessuna voce sgorgherà dalla sua gola squarciata. 

Fitta. Da un cuore insensibile, o presunto tale. Fitta e dolore. La mano trema. Nera ombra intangibile mi avvolge, potenza suprema, follia che posso sfiorare, inebriante profume di morte. Altra da me, affondo, dilanio, mi cibo. Un artiglio mi afferra al braccio. Da dove è giunto? Mi scuote, mi chiama, urla il mio nome, dimenticato dai tempi, mi ritrae, mi strattona. Cosa vuoi, chi sei?- riesco appena a pronunciare, cosciente di un qualcosa che cambia.

Andiamo, è ora, ci aspettano. E’ Alex. E io sono a casa, sul divano. E’ quasi sera. Che ne è stato del giorno andato? Ho un sapore strano in bocca, mi seno intontita. Un ricordo di umido attraversa la mente. Frammenti di un sogno? Cosa è stato? Arrivo, devo essermi addormentata, ora mi alzo – dico tutto d’un fiato, quasi mi sentissi in dovere di scusarmi, ma di cosa? Indosso un vestito nero, schiena scoperta, lungo fino ai piedi. Scarpe con tacco sottile, aperte davanti. Una catenina d’oro bianco impreziosisce la caviglia, un girocollo brilla sul decoltè. I capelli sciolti, a lui piacciono così. Ma a lui chi? Non faccio in tempo a riflettere. Alex mi osserva. Non vede il mio corpo. So che mi scruta

Continua..

Prendere l’aereo fu soltanto l’inizio.

Ciò che era successo poco prima, nel ricordo, svaniva sempre più, ma un senso di angoscia, incontrollato e vivo, s’accuciava Viaggionei recessi del mio animo, pronto a venire fuori appena abbassavo la guardia.

 Tutto sommato mi sentivo sollevata, diversa, finalmente libera.  Dal finestrino osservavo la mia Italia divenire sempre più un’idea, lontana dalle persone e dai luoghi, assumeva il contorno indistinto di un abbozzo, fno a divenire un punto nel mare, blu, imponente, padrone del mondo e del mio cuore.

Ed era ad un mare a cui facevo ritorno, da vincitrice, ormai, pronta a scrutare, scovare, respirare, perdermi, beata, nell’infinita meraviglia di quella vita nascosta.

All’aereoporto c’erano tutti, incredibilmente puntuali, sorprendentemente netti, precisi, nei loro profili, nella loro compattezza, nel loro essere uomini liberi.

Victoria, Roland, Jansen, Laura, Jeff, Anuska. E c’era lui. Quell’uomo paziente, indomito, fermo nelle sue convinzioni e nella sua tenacia. Alex. L’unica persona che fosse mai riuscita ad arrivare ad un passo dalla verità, l’unico ad avere sfiorato quella lacerazione in prossimità di un cuore defunto.

Ci abbracciammo tutti, tra gridolini infantili, pacche sulle spalle, promesse di permanenza.

Potevano essere davvero passati anni dall’ultima volta che li avevo visti fuori da quello spesso aereoporto? Eppure era così. La mattina africana, pungente, nuvolosa, ci aveva offerto un paesaggio suggestivo, adatto ad un addio, coprendo tremolii di labbra che ostentavano indifferenza.

Ora, era la sera della stessa terra ad essersi adattata, nuovamente, all’attimo di trepidazione, di felicità. Calda, avvolgente, piena di profumi e promesse, aveva assunto quell’aspetto che tanto amavo dell’Africa: la promessa di un tempo infinitamente lento, suadente, perfetto.

AfricaSaid ci aspettva nel piccolo bus, che conoscevo così bene. Venendo meno ai canoni imposti dagli altri uomini del suo popolo scese al volo e mi abbracciò, dapprima imbarazzato, poi felice, con i suoi denti offerti a pegno di un’amicizia senza fine, di rispetto incondizionato e di lelatà. Questa è l’anima dei popoli che amo.

Con un solo movimento le valigie, o meglio, le due borse che mi ero concessa, sparirono sul tetto e fummo tutti in viaggio verso la mia nuova vita.

Avrei alloggiato da Roland, al suo Diving Center, dietro il negozio, dove mi ero rifugiata quando il dolore diventava troppo forte.

Ma le sorprese non erano finite. Appena scesi sulla sabbia che per tanto tempo aveva colorato i miei giorni, eccoli, decine di uomini e donne, sulla soglia, sotto il pergolato con le sedie e i tavolini di bambù. Tutti. Quelli che lavorano all’hotel lì di fianco, i divers del centro  e quelli che venivano con noi nelle uscite. Gli animatori rimasti, anche loro, come me un tempo, a vivere di ciò che una vita semplice sapeva offrire.

I miei compagni, erano tutti lì, e fu l’odore della carne sulla griglia a riportarci all’atto pratico, a rituffarmi in un mondo che per troppo tempo mi era mancato.

Sembra passato un secolo da quell’istante, eppure sono solo due giorni.

Sto recuperando le forze dal viaggio e da quello che è successo, e mi guardo intorno. Devo riprendere confidenza con l’acqua, finire il brevetto lasciato sospeso e poi potrò cominciare a lavorare con Rol, qui al centro, lasciandomi finalmente tutto alle spalle.

Sono davanti al pc, a cercare di mantenere vivi gli attimi che passo, perché quel qualcosa che si è insediato dentro, credo si stia cibando dei miei ricordi. E se prima mi appariva un bene, data la situazione, ora mi mette in allarme. E’ come se potessi vivere solo alla giornata, avendo a disposizione energie infinite ma emozioni concesse a piccole dosi e subito risucchiate, da cosa o chi, non mi è dato di sapere.

Le due amicheAnuska mi sta portando del latte caldo, come ai vecchi tempi, amica, compagna di immersioni folli, fino a sfiorare i cento metri, in quell’incanto di blu che tanto mi è mancato. Abbiamo sempre vissuto così, io e lei, al limite, sfidando la sorte, incoscienti, pur sapendo sempre quali erano i limiti, sfidandoli, mettendoci alla prova.

Lei è rimasta così. Oggi si è presentata con gli occhiali da sole, quando il sole era ancora, timido, appoggiato comodo sul limitare dell’orizzonte.

Ricordo “quei” giorni. Arrivava silenziosa, a capo chino, occhiali, e i lunghi , sottili, meravigliosi biondi capelli a scudo, una tenda fa il suo mondo d’inferno e la dolce realtà di una giornata da vivere libera.

Adesso è così. E’ seduta qui di fronte, in questa mattina tiepida, a raccontarmi di come Klide l’abbia buttata contro il muro, in un attacco, solito,di rabbia incontrollata.

Mille volte le ho chiesto perché non lo lascia. Ma si sa, quando appariamo troppo forti e spavalde, dentro siamo fragili, insicure, abbiamo un cuore di cristallo che al minimo spostamento rischia di andare in frantumi. E lasciare Klide avrebbe significato, per lei, ammettere una sconfitta, la più grande. C’erà il piccolo meravigioso Kris, tra loro, un bambino di una meraviglia quasi indescrivibile. Grandi occhi azzurri spalancati sul mondo di cui voleva tutto e subito. I capelli di sua madre, la ruvidezza dei lineamenti di suo padre. E per lui, Anuska, resisteva, giorno dopo giorno, e negli attimi di calma cancellava il dolore e si nutriva di speranza. Ora sono ormai otto anni. Kris viene già sott’acqua con noi, pesce-uomo,si muove come fosse il suo elemento naturale. E lo capisco. Condividiamo questa passione, e ci siamo capiti ed apprezzati da sempre. Parla russo, un po’ di inglese e ha studiato quel poco di Italiano che Andrea, il mio excapo, continua a propinargli ogni giorno, sulla barca.

Si scosta un poco, si muove nervosa sulla sedia. Non trova pace Continua..

2008Napoli
Stamattina mi sento bene.
In realtà è ormai da un pò che le cose vanno alla grande.
Le strade di Napoli sono invase di monnezza.
La gente si odia.
La gente mi odia.
Ragazzi sottoculturati e sovradimensionati mi fissano, seduti accatastati in sei intorno all’unico tavolino sghembo fuori ad un bar che ha visto passati da due decenni i suoi anni migliori.
Due di loro sono armati, non si vede ma lo so, sono quelli con le facce più cattive ma più distese.
Guadagnano cento centocinquanta euro al giorno durante la settimana, quattro-cinquecento nei weekend.Solo
roba buona, per gente con i soldi.
Gli altri quattro si arrangiano con quello che capita: fumo di piazza, cobrette, un pò di coca stratagliata…tutta merce di terza scelta, di seconda nel migliore dei casi. E se sei un cliente di passaggio stai sicuro che non ti danno manco quello.
Gli passo avanti tranquillo, la loro attenzione deviata verso una mammina di sedici/ diciassette anni
con passeggino e cellulare all’orecchio.
EstraneiQualche commento pesante da parte loro, un vaffanculo rapido e tagliente come un bilama da parte sua, senza
nemmeno degnarli di uno sguardo.
Rido e continuo a camminare, inspirando l’odore acre del traffico come se stessi in riva al mare.
La giornata è perfetta. Non vedo l’ora di mangiare.

Erano almeno un paio di anni che pensavo di ritornare a Napoli, dai tempi della faida degli scissionisti.
Uno non può vivere tutto questo solo dai giornali, dai Tg.
Sono cose che vanno vissute, viste da vicino, seguite nella loro evoluzione; se stai a quattromila chilometri di distanza non percepisci che gli echi di un evento che, come un’eruzione vulcanica, va vissuta guardando la lava che scende e non il fumo che sale, per intenderci.

Così sono tornato.
Dopo quasi venticinque anni.
Certe cose sono sempre le stesse, certe altre sono cambiate. Solo che io sono rimasto uguale, troppo uguale.
E non potevo giustificare questa mia immutabilità. Si, sono passato di qui qualche volta nel corso degli
anni. Nel novanta durante i mondiali: dovevo vedere Maradona in campo con l’Argentina. Nel 1995 ho visto da lontano portare la bara di mio padre nella cappella di famiglia. C’erano mia madre, la mia ex moglie, un pò
di parenti vari e molta gente che non conoscevo.

Un paio di anni fa, forse tre, scendevo in auto a Palermo, e senza nessun motivo arrivato all’uscita di Napoli anzichè tirare dritto sono entrato in città, ho parcheggiato alla stazione, ho preso la metropolitana fino al Museo e mi sono fatto una Metro Napoli Stazionepasseggiata nel mio vecchio quartiere.
Credevo che tutti quelli che conoscevo fossero ormai morti, o andati via, o troppo rincoglioniti per ricordarsi di me. Sono passato fuori alla mia vecchia casa, dove ora abita una famiglia indiana, e fuori il mio vecchio negozio di libri; ho percorso strade che mi riportavano indietro all’infanzia, ai ricordi del liceo, dell’università, delle serate sui gradini di Piazza del Gesù, in mezzo ai primi punk e agli amici del collettivo.

Sono lì che prendo un caffè al banco e un simpatico vecchietto mi sorride e mi dice che assomiglio tantissimo
ad un suo amico, ma proprio lui uguale spiccicato. Solo che il suo amico è morto. Brutta storia. Incidente d’auto, negli anni novanta, in un burrone. Lascia moglie e figli. Sorrido. Il vecchio mi guarda e non capisce, se sorrido per la somiglianza o perchè mi diverte sapere che il suo amico è morto. Poi qualcosa nei suoi occhi cambia.
Finisce il caffè e fa per andare via,convinto di aver visto un fantasma. Gli tocco leggermente il gomito. Un fremito ed esce convinto di essere stato lì da solo.

Sembra fatto apposta. Ho passato i primi trentacinque anni della mia vita in mezzo ai libri, dentro ai libri, in cerca di libri, sopratutto antichi: un pò una mosca bianca in una Napoli con più editori che lettori.
Nel mio negozio i clienti erano pochi, appassionati e squattrinati, e io finivo per lo più a regalare libri o
a passare la giornata a leggere seduto sulle scale della libreria, tra tabacco e caffè, in una sfida continua tra autori solari e autori di tenebra, tra poeti maledetti e maledicibili romanzieri.

1983
Un giorno di febbraio, pioggia battente, fiumi d’acqua per le strade, un piccolo lago nel mio deposito nelalluvione
sottoscala. Saracinesca a metà, lutto per circa 200 libri morti annegati, io che come un forsennato tiro via
acqua, creo argini, butto sabbia cercando di rimediare al peggio.
Enzino entra di soppiatto, pistola in mano; ha bisogno di soldi si è già fatto stamattina ma non gli basta.
Mi chiama, io mi giro sbuffando sudato; io gli sorrido poi vedo la pistola e non sorrido più. Era uno studente di fisica prima dell’eroina, anche bravo. Ora è una scimmia con una pistola in mano. Ho paura. Cerco di calmarlo, gli dico che va tutto bene ma che ho solo ventimila lire, con quel tempo sono due giorni che non vedo un cliente.
Sembra capire.
Si prende i soldi.
Fa per andarsene.
Poi sulle scale ci ripensa e mi esplode tre colpi in petto. Continua..

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