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Parliamo di Comunicazione, concetto tanto scontato quanto affascinante e pieno di risvolti inaspettati.
Comunicare significa “rendere comune – trasmettere”. Ciò che facciamo fin dalla nascita è cercare di attirare l’attenzione, renderci visibili agli occhi di chi ci circonda mediante suoni e gesti, espressioni, versi. Tutte le nostre azioni, in quanto tali, sono comunicative, espressioni di uno stato d’animo, di un’emozione, di un bisogno, di un disagio. Parlare arriva dopo. Il concetto di discorso articolato, poi, appartiene all’ultimo stadio della nostra evoluzione comunicativa.
I primi tentativi nascono dall’emulazione, sappiamo che emettere un determinato suono ci porta cibo, acqua, carezze, sgridate. Lo apprendiamo inconsciamente. Ci è necessario, di conseguenza agiamo. Come ai primordi, il fuoco, pur facendo paura, si scoprì essere necessario, e si imparò prima a provocarlo, poi a contenerlo e solo alla fine ad utilizzarlo con cognizione di causa.
Il percorso del linguaggio cosciente è parallelo, come quello di tutte le esperienze umane. Una parte, la prima, ci deriva dall’istinto. Anche gli animali sono in grado di comunicare. Sanno che è conveniente assumere precisi atteggiamenti fisici (linguaggio non verbale) sia nei confronti dei propri simili sia nei confronti dell’uomo.
Per noi è lo stesso. D’istinto sappiamo cosa non provoca conseguenze dannose, o meglio sappiamo che un determinato modo di fare risulterà piacevole e quindi cerchiamo di ripeterlo quanto più possibile in tutte le occasioni che incontriamo.
Lo stadio successivo appartiene Continua..
Capita, parlando tra amici, di riflettere.
Cosa accadrebbe se ad un certo punto smettessimo di essere noi e cominciassimo a dare le risposte che loro non si aspettano, o meglio quelle che secondo loro non ci appartengono.
Passiamo un momento difficile, le cose non vanno come dovrebbero. Eppure, tutti sanno che non ci lamentiamo mai, anzi, che in caso di bisogno mettiamo da parte i nostri problemi per ascoltare, capire, sorreggere, incoraggiare, ridere, sdrammatizzare.
Ma se all’improvviso scoppiassimo a piangere davanti a loro? se parlando con l’amica del cuore o l’amico compagno di mille bevute e serate cominciassimo ad esporre le nostre paure? se elencassimo le cose di cui non siamo contenti? se esplicassimo i nostri dubbi? se apparissimo semplicemente uomini? Sarebbe un disastro, nessuno capirebbe davvero, e finirebbero per allontanarsi.
Ognuno di noi ha un suo ruolo sociale, voluto o attribuito, conquistato o “affibbiato” dalle circostanze.
Fin da quando eravamo ragazzi, siamo appartenuti ad un gruppo. I ragazzi del muretto. La compagnia del solito bar. La
banda della piazza. per non parlare delle associazioni ufficiali quali scouts, azione cattolica e via dicendo.
La nostra formazione personale, il nostro ruolo, comincia a formarsi all’interno di quelle piccole società “segrete”.
C’è il bullo, la bella, la simpatica e lo spiritoso, il secchione, l’asino cronico, il capo, la chiacchierona, il patito di pc, l’appassionato di fumetti. E tra loro si nasconde il reale punto di riferimento, mai riconosciuto come tale, ma indispensabile per l’equilibrio del branco!
E’ una persona che non eccelle, di solito, per altre caratteristiche: non troppo bella, non troppo carismatica, ne’ troppo intelligente, all’apparenza. Insomma, un’amico/a che c’è sempre, quella che si sa non andrà a riferire il segreto, quella persona che si da’ quasi per scontata.
Non credo che l’indirizzo che prende la nostra “vita successiva” sia per forza collegata a questo periodo e a questi ruoli, certo è che fino a quando le amicizie durano, quindi fino a quando la nostra struttura primaria non viene a mancare, il nostro ruolo è mantenuto e viene implicitamente trasmesso ai nuovi arrivati.
Vi immaginate quindi lo schock nel momento in cui, presi da raptus, Continua..
